Dischi Sbagliati Ma Belli: Pearl Jam – No Code

1996 fu l’anno in cui il grunge morì definitivamente. Il suicidio di Kurt Cobain avvenuto due anni prima non chiuse immediatamente i rubinetti del genere più controverso degli anni 90: gli “originali” (Soundgarden, Mudhoney, Melvins, Screaming Trees, Alice In Chains ecc) erano ancora in attività ma, senza la band simbolo della svolta commerciale, sembravano tutti annaspare in cerca di identità e del proprio pubblico. Non che il genere fosse limitato ai quattro accordi di Smells Like Teen Spirits o agli “Oooooooh Eeeeeeeeeeeh” ma, come ben sappiamo, le major seppero ricreare a tavolino quel sound, tarpando le ali alle band di Seattle e, soprattutto, uccidendo la sincerità iniziale. Dopo l’esplosione dei giovanissimi Silverchair si arrivò ad un punto di non ritorno, ma già dalla fine del 1992 dovemmo affrontare ballad, capelli ricci e vocali cantate a denti stretti.

Silverchair (1995)

Seven Mary Three – American Standard (1995)

Live – Throwing Copper (1994)

Stone Temple Pilots – Core (1992)

 

I Pearl Jam, partiti nel 1991 come sofferente band heavy/hard rock (Ten), abbracciarono successivamente il “tipico” sound grunge con il secondo disco VS contamindandolo con tutte le salse disponibili (ballad, punk, funk, noise). Il terzo disco Vitalogy fu suonato a vene aperte, con una sincerità rara: la band mise tutta se stessa e forse anche troppo per i milioni di fan devoti a urla sgraziate e a chitarre rumorose. Invettive contro tutto e tutti, frustrazione, amori contorti, follia e fantasmi di suicidio fanno da storyline ad una musica sporca, dimessa, pigra ma affascinante. Il perfetto saluto che Kurt non avrebbe mai voluto.

Pearl Jam – Even Flow (Ten)

Pearl Jam – Jeremy (Ten)

Pearl Jam – Go (Vs)

Pearl Jam – W.M.A. (Vs)

Pearl Jam – Leash (Vs)

Pearl Jam – Not For You (Vitalogy)

Pearl Jam – Corduroy (Vitalogy)

 

Nel 1996 i capelli degli adolescenti si accorciano, spuntano i primi piercing e le tute dell’Adidas non sono più un’esclusiva degli inglesi. I font nelle copertine dei dischi impazziscono, i colori si fanno più sgargianti e le nuvole di pioggia sembrano pian pianino sparire. E’ un’annata ricca che su queste pagine sviscereremo di sicuro: Hip Hop, Goth, Stoner, Black Metal, Post Rock, Drum’n’Bass, Indie, Punk, Trip Hop sono le “nuove” colonne sonore dei giovani che affrontano la seconda metà degli anni 90.

No Code dei Pearl Jam appare in sordina, tant’è che molti neanche si accorgono della sua uscita. La band decide ancora di non pubblicare videoclip, rinnegando già da un paio di dischi il media che gli diede tanta visibilità (a quanto pare troppa e sbagliata), alle radio mandano l’indigesta e assolutamente non rock “Who You Are”. In più rifiutano di rilasciare interviste. La promozione più grande la fa l’etichetta sommergendo i music store di poster e cartonati del disco. Che però ha una copertina da scoprire e un packaging assurdo. Era la fine di Agosto, il 27, ed ero in vacanza con i miei genitori a Londra e i music store come HMV e Virgin erano sommersi da quel criptico messaggio “No Code” ma in quel momento ero ancora in trip da Soundgarden e, soprattutto, Smashing Pumpkins e decisi di ignorarlo. Comprai No Code tornato a Genova superando l’ostacolo di quel primo singolo che non era quello che un sedicenne grunge voleva ascoltare.

Tra le mani la copertina mi conquistò: il cartonato si apriva in quattro, rivelando (lo scoprii più tardi) il simbolo del disco (poi perso nelle ristampe a due pannelli). Dentro una tasca si trovavano 9 polaroid con alcuni testi. L’interno rivelava una sala prove con decine di custodie di chitarre e la band intenta a suonare. La grafica, pur essendo molto grunge, era qualcosa da decifrare, da capire, da scoprire. E così la musica appena inserita nel CD. I suoni e i volumi mi sembravano totalmente sbagliati così come ogni volta che compravo un disco di una band di Seattle. C’era parecchia percussività (che rimembrava l’esperienza Three Fish del bassista Jeff Ament), la voce di Eddie Vedder non era più quella di gola potente ed enfatica ma quella di un dolce folksinger nei brani più tranquilli (tanti) e più attento ai bridge che ai ritornelli nei pezzi più anthemici. Le chitarre non ruggivano e tutta la band sembrava trasformata. Merito senza dubbio della presenza alla batteria di Jack Irons, ex Red Hot Chili Peppers, e responsabile qualche anno prima del contatto fra Eddie Vedder e gli ex Mother Love Bone. Jack, che suonò anche in Mirrorball con Neil Young, è un batterista molto dritto. Lavora su rullante come fosse un incudine e riesce a tenere il groove semplice ma teso anche per molti minuti. Senza di lui un brano come “I’m The Ocean” di Neil Young si perderebbe ben prima dei 7 minuti della sua durata:

O il rullante di “Throw Your Hatred Down” che tiene vivo tutta la struttura sfilacciata della band (ovvero i Pearl Jam non accreditati per questioni di contratto):

 

I Pearl Jam arrivano a No Code distrutti e sull’orlo dello scioglimento. Per il tour di Vitalogy fecero guerra alla Ticketmaster, ovvero colei che detiene il monopolio sulle vendita dei biglietti negli Stati Uniti. Il problema era che la band di Vedder voleva tenere il prezzi di ingresso ai loro concerti bassi, disponibili a “perdere” dei soldi mentre Ticketmaster pensava esattamente il contrario. “Se non vogliono guadagnare loro lo faremo noi” è un po’ il riassunto della battaglia. Essendo cresciuti nell’ambiente hardcore (ricordiamo la militanza dei nostri nei Green River) era intenzione dei Pearl Jam far sì che potessero andare tutti ad un loro concerto e, magari che un papà potesse comprare la maglia al proprio figlio. Si organizzarono così un tour alternativo, usando arene non affiliate a Ticketmaster e vendendo biglietti via telefono. Fu un disastro organizzativo ma fece aprire gli occhi a parecchie band e persone sulla realtà dei fatti. In più gli anni di esposizione mediatica avevano cambiato i rapporti fra i membri, ognuno perso nei propri progetti. Il chitarrista Stone Gossard con i soul/funk Brad, il bassista Jeff Ament con gli etnici Three Fish, il chitarrista “solista” Mike McCready con il super gruppo di tossici grunge Mad Season. Eddie perso nei tentativi di trovare una identità che non fosse quella del ragazzo poster.

Three Fish

Brad

Mad Season

 

Eddie Vedder con Nusrat Fateh Ali Khan (Dead Man Walking Soundtrack)

Hovercraft (Eddie Vedder alla batteria)

 

 

No Code nasce quindi sotto i peggiori auspici, con una band sconcentrata e un ambiente musicale velocemente mutato. Ma, c’è un grosso ma. Stone, Jeff e McCready volevano dimostrare di valere qualcosa, di non essere (ancora) la backing band di Eddie Vedder. Pur lavorando su idee del cantante ogni membro portò la sua esperienza e la sua identità, generando un disco mutevole e ricco, fin troppo maturo sia per gli ascoltatori del periodo che per i Pearl Jam. Una maturità regalata da Neil Young, dopo la già citata collaborazione in Mirrorball e nell’EP gemello Merkinball. Merkinball sarà l’ultimo prodotto “grunge” della band, due brani pazzeschi (I Got Id e Longroad) che fanno da portale tra la vecchia e la nuova identità.

 

Cosa ha di speciale quindi questo quarto album? Innanzi tutto il coraggio (e l’arroganza) di porsi al di sopra del genere in cui si muoveva la band, ma allo stesso tempo il voler produrre un lavoro più intimo, più articolato e meno fruibile dei precedenti. Questa volta senza urlare “This is not for you!!” ma proponendo al proprio pubblico un prodotto più interessante e stimolante. L’album si apre con “Sometimes” breve ballata che chiarisce fin da subito le intenzioni pure, quasi una confessione di umiltà dopo anni di rock selvaggio ed enfatico (“seek my part… devote myself my small self… like a book amongst the many on a shelf“). Segue l’attacco brutale di “Hail Hail“, secondo singolo e uno dei pochi pezzi heavy del disco. “Who You Are” è un brano che prende in prestito le suggestioni speziate etno/folk alla Three Fish ma riprese dalle mani di Stone Gossard e di Jack Irons. “In My Tree” è un’altra jam etno rock quasi alla Peter Gabriel, con un bel lavoro di Jeff Ament e un testo freakettone di Vedder (“up here in my tree newspapers matter not to me, no more crowbars to my head, I’m trading stories with the leaves instead“). “Smile” è un folk semi acustico alla Neil Young scritto per Eddie Vedder da Jeff Ament con il primo ritornello alla Pearl Jam del disco. Si continua con i tributi a Neil Young nell’acustica “Off He Goes“, folk nella struttura e nello svolgimento del testo (da citare almeno il verso “nothing’s changed, but the surrounding bullshit that has grown“) ovviamente scritta da Vedder. Siamo a metà disco e “Habit” è un tributo ai Nirvana sia nella minimalità del testo alla Bleach (“it’s not your way, it’s not your way, never thought you’d habit, never thought you’d habit, never thought you’d habit, I never thought you, never thought you…“) sia nell’incedere punk. Il break (“speaking as a child of the 90s“) cita “Against The 70’s” contenuta nell’album di Mike Watt “Ball Hog Or Tugboat?” cantata da Eddie con backing band Dave Grohl, Chris Novoselic, Mike Watt, Gary Lee Conner (Screaming Trees) e la cantautrice Carla Bozulich. Disco ricco di ospiti e di grande musica assolutamente consigliato!!

 

Il testo di “Red Mosquito” è stato scritto da Vedder dopo un’intossicazione alimentare avuta durante il tour del 1995. Eddie dovette farsi ricoverare prima del concerto al Golden Gate Park di fronte a 50 mila persone, ma scappò dall’ospedale per l’inizio del concerto. Non stando benissimo Vedder durò appena sette brani e venne sostituito al volo da Neil Young e la band dovette successivamente cancellare il resto del (disastroso) tour. Red Mosquito è un roccioso rock settantiano con un super McCready in evidenza. Il finale “gospel” (“if I had known then what I know now…“) verrà citato più avanti al contrario in “I’m Open” (“if he only knew now what he knew then“). Matt Lukin ai tempi era il folle bassista dei Mudhoney e a lui viene dedicato l’omonimo brano (“Lukin“) che chiude il versante rock del disco. Una scheggia punk di un minuto con un bel testo a tema. “Present Tense” è uno degli apici della carriera dei Pearl Jam: l’idea iniziale vede Eddie concentrarsi sulle iniziali di Pete Townsend (leggendario chitarrista degli Who) e da lì sviluppare la canzone. E che canzone. Un inizio “intimista” (“you can spend your time alone, redigesting past regrets, or you can come to terms and realize you’re the only one who can’t forgive yourself“), un’esplosione strumentale alla Sonic Youth e un finale quasi post rock. Per quanto mi riguarda tra le 100 migliori composizioni del rock. Subito dopo si sdrammatizza con “Mankind” scritta e cantata da Stone Gossard in versione power pop. Il disco inizia ad arrivare alla conclusione: “I’m Open” è una stranezza drone/sperimentale in cui Eddie si pone alcuni interrogativi esistenziali in versione spoken word: “After spending half his life searching, he still felt as blank as the ceiling at which he’s staring. He’s alive, but feels absolutely nothing so, is he?” con “happy end” finale “lying sideways atop crumpled sheets and no covers he decides to dream…dream up a new self for himself“. “Around The Bend” è una ninna nanna scritta per la figlia di Jack Irons ed è ovviamente uno dei brani più dolci mai scritti “you’re an angel when you sleep how I want your soul to keep on and on around the bend“.

Passati vent’anni dalla prima volta che lo ascoltai, No Code non perde una goccia del suo fascino, anzi migliora costantemente, cosa che, purtroppo, non fanno gli ultimi dischi, almeno quelli da Binaural in poi. I fan più oltranzisti della band ne rimangono affezionati perchè aspettano da anni un seguito di No Code, sperando che la maturità “vera” porti dei risultati ancora migliori di questi. Purtroppo, essendo un figlio del suo tempo, con le sue influenze, le sue domande, e il modo in cui è costruito, difficilmente assisteremo ad un bis di questa attitudine. No Code rimane quindi un disco unico, sbagliato in quanto disco dei Pearl Jam, ma giusto per entrare a far parte della storia del rock.

 

 

 

 

 

 

 

 

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