Playlist Ascolti Aprile / Luglio 2017

Immaginatevi di trasferirvi su un monte e non avere internet per più di tre mesi. Non avete neanche il vostro impianto stereo montato perchè essendovi appena trasferiti non sapete ancora dove e come lo piazzerete. Come sopravvivere senza musica? Bhè hanno inventato i Compact Disc apposta! In questi mesi di eremitaggio forzato, una delle prime cose che ho fatto è stato mettere in ordine alfabetico i miei CD e riprendere l’ascolto come negli anni 90. In ordine alfabetico e non in qualche folle divisione per generi, sotto generi, etichetta, lunghezza di capelli, quantità di chitarre elettriche perchè dopo anni di ghettizzazione ho capito che più o meno tutto quello che è nella mia “collezione” appartiene ad un filo logico che potremmo definire “melvins-core”. Certo potrò spaziare dal jazz più folle al cantante pop più becero ma è quasi una grande famiglia che più o meno ha la stessa attitudine. Un po’ lofi, un po’ noise, un po’ suonata bene, un po’ suonata a cazzo, con i chitarroni ma senza gli assoloni, vagamente psichedelica ma non freakettona. Ah è tipo la definizione di grunge ma che cosa vi aspettate da me?

Andiamo a sviscerare la playlist di questi mesi (Aprile / Luglio)

Durante i viaggi per il trasloco mi sono portato un solo CD, scappato dalle ceste e dalle scatole: Rhinoplasty dei Primus! Rhinoplasty è un EP uscito nel 1998, nel periodo tra Brown Album e Antipop. Ovvero quello meno felice. Eppure i Primus li ho scoperti proprio in quel periodo e, infatti, non mi fecero uscire subito di testa. Recuperando le cose belle come Sailing The Seas Of Cheese, Pork Soda e poi indietro con Frizzle Fry e Suck On This divennero poi una delle mie band preferite di sempre. Questo EP contiene cover di Police, Metallica, Peter Gabriel, Stanley Clarke, XTC e va preso per quello che è: una roba strana in una discografia strana. Se non conoscete i brani alla fine trovate due classici dei Primus in versione live. Non adatto per chi non li conosce, una bella curiosità per i fan.

 

Dopo il tormento del trasloco (doppio: prima la casa e poi il negozio) ho iniziato ad aprire le scatole e a pescare un po’ di musica che mi ispirasse per i miei viaggi in città (durata perfetta per un disco: 40 minuti).

Ecco gli ascolti un po’ random:

Aerosmith “Big Ones” (1994). Era la mia sveglia nei primi due anni di superiori prima di sostituirla con Louder Than Love dei Soundgarden. Non so se esiste nei dispositivi “moderni” ma ai tempi c’era l’opzione “parti a volume minimo e alza finchè non mi sveglio”. Ecco, uno dei momenti più belli della giornata era proprio la sveglia a cannone con Walk On Water. Il disco è una raccolta del meglio di “Get A Grip”, “Pump” e “Permanent Vacation” ovvero i dischi che se sei un adolescente rockettaro cresciuto tra la fine degli anni 80 e i primi anni 90 non puoi non aver sentito. Get A Grip era quello promosso con i mitici video con protagoniste Alicia Silverstone e Liv Tyler, che poi erano meglio degli Aerosmith stessi.

 

Supersuckers “Must’ve Been High” (1997). Il disco country dei Supersuckers, band punkrock del giro Sub Pop. C’è un brano in particolare che adoro: Hangover Together e parla di due amanti che si svegliano assieme dopo una serata di bagordi alcolici. I due amanti sono Eddie Spaghetti (cantante della band) e Kelley Deal (Breeders) e si raccontano il malessere dell’hangover unito al piacere di essere assieme nella stessa condizione. Da neo papà ho già la malinconia di questa sensazione!

Nei viaggi in macchina non possono mancare i classiconi:
Creedence Clearwater Revival – Gold (1972). Una raccolta che qualche cliente mi portò da rivendere ma che dopo aver consumato in negozio mi sono portato a casa. Adoro tutte le loro canzoni e questa raccolta è il classico bignami da quaranta minuti che un tempo usciva in vinile. Tre brani mi hanno accompagnato in vari loop mentali: “Bad Moon Rising”, canzone perfetta di due minuti e mezzo che più pessimista non si può (“Don’t go ‘round tonight It’s bound to take your life There’s a bad moon on the rise“), “I Heard It Through The Gravepine” cover di Marvin Gaye che mixa Soul, Hard Rock e Psichedelia in un brano che mette a tacere il 90% delle band heavy psych odierne e “Suzie Q” ovvero il kraut rock versione U.S.A.

 

Jefferson Airplane – Surrealistic Pillow (1966). Disco perfetto dal primo all’ultimo secondo ma c’è una tripletta che è devastante e che grazie al formato CD ho consumato: “Embryonic Journey” (chitarra primitiva alla John Fahey), “White Rabbit” (l’orgasmo musicale più violento di sempre) e la proto psychobilly “Plastic Fantastic Lover”.

 

Nel mentre, a Maggio, si è sucidato Chris Cornell notizia ricevuta via sms da un amico e poi confermata rubando byte tra gli alberi. Ovviamente sono partiti gli ascolti di tutti i dischi in loop. In realtà mi sono soffermato maggiormente sull’ultimo lavoro dei Soundgarden pre scioglimento: Down On The Upside (1996). Testi tremendamente premonitori, canzoni sbilenche e tanti ricordi personali. Erano gli anni delle superiori e della mia depressione grunge. Quando uscì preferii usare le mie 33000Lire per comprare Mellon Collie degli Smashing Pumpkins perchè a parità di prezzo era un doppio ma la settimana dopo feci i salti mortali per comprare anche Down On The Upside. Ricordo un’estate di primi innamoramenti, di mio fratello che fa i lavori serali nella sua nuova casa nel centro storico di Genova e io che camallo cuffe di detriti giù per le scale, di amici che partono per le vacanze, di videogiochi per l’Amiga e questo disco ascoltato guardando le stelle e facendo i classici pensieri esistenziali da sedicenne. Come dicevano i Mad Season in Long Gone Day “Am I the only one who remembers that summer”. Difficile scegliere le mie preferite ma ci provo: “Zero Chance” drammatica ballad ammazza futuro (“Born without a friend And bound to die alone“), “Ty Cobb” stravagante brano cowpunk con mandolino e mandola e “Boot Camp” (“There must be something else. There must be something good. Far away. Far away from here.“) per me è IL finale.

 

Vivere tra le montagne vuol dire spesso partire di casa sommerso dalle nuvole e arrivare in città con il sole. Un po’ il senso del Dark dei Cure, mai drammatico oltre limite e spesso rivolto verso il raggio di sole che attraversa le nuvole. Disintegration (1989) l’ho riscoperto dopo che i Vanessa Van Basten ne hanno riletto quattro brani. Non sono la mia band preferita ma questo disco è una bella copertina di Linus nelle giornate uggiose e ricordo ancora adesso la forte emozione che fu sentire Picture Of You suonata dal vivo una quindicina di anni fa.

 



https://youtu.be/V4K70rsoJkk

 

Sonic Youth – A Thousand Leaves (1998). Questo disco per me è un vaso di Pandora e preferisco guardarlo senza metterlo su. Dopo tanti anni l’ho riaffrontato e ha vinto come al suo solito. Le sue dissonanze creano uno stordimento nei miei neuroni come se a suonarlo fosse quell’allegrone di Scott Walker. L’arpeggio di Sunday è un carillon del male, il suo placido andamento fine anni 90 (Coffee & Tv?) fatto di stancanti saliscendi è come una maratona fatta avendo male alla caviglia, le esplosioni noise il definitivo attacco alle vie respiratorie. Il disco prosegue con ingredienti ancora più asfissianti e non consigliato a chi non è dell’umore. Va da sè che è il mio preferito della band, pur essendo quello che ho ascoltato di meno.


Bruce Springsteen – Nebraska (1982). Ho comprato questo CD abbastanza di recente, pur conoscendolo molto bene. Ero alla Fnac di Madrid, in tour con la mia band di allora, gli Isaak. Eravamo partiti senza musica pensando che l’avremmo portata tutti, e invece ci trovammo in furgone con solamente un disco dei Carcass: “Surgical Steel”, portato ovviamente da Scazzi, il chitarrista. Alla prima possibilità feci incetta di dischi in offerta tra cui il disco meno da viaggio di tutti anche se nelle lunghe autostrade spagnole funzionò meglio del previsto. L’ho messo su in un ritorno a casa notturno esclamando “Bruce fammi compagnia”. E Bruce rispose. Mi disse che c’erano cose che non andavano, che la vita è dura, non ci sono cazzi. Che puoi avere un sogno ma la realtà è fatta di struggimenti e difficoltà che non te lo faranno mai raggiungere. Io gli risposi che “si è vero, ma avere un registratore 4 tracce aiuta parecchio a stare meglio”. Controbattè dicendo “I soldi veri si fanno con una band al seguito, questo disco nel 2017 lo ascolti te e basta”. Partì questo dialogo virtuale in cui gli spiegai che l’idea di State Trooper basata sui Suicide era meravigliosa anche se in Italia ha ispirato giusto Manuel Agnelli (Milano Circonvallazione Esterna da Non è Per Sempre). Ma quegli urletti ho sempre desiderato farli anche io. Poi mi sono sentito come in Fargo. E Bruce mi disse “ricordati che si è grandi solo in compagnia ma le cose fighe le puoi fare anche da solo: senti Open All Night, che senso ha suonata così? Ci vorrebbe la band!”. Ma che band! La riempirebbero di assoli di sax, tastierini agghiaccianti e coretti. Grazie Bruce, sono arrivato! Buonanotte. “E’ stato un piacere, quando hai bisogno sono sempre qui”. Lo so.

 


 

Ken Stringfellow – Touched (2001). Non ho mai ascoltato altri dischi di Stringfellow ma questo è un piccolo gioiello pop rock. Lo scoprii in un periodo più classic rock oriented in cui i grungettoni si mettevano ad ascoltare gente come Elliott Smith, Ron Sexsmith o i Palace Brothers. Un periodo durato giusto i download da Napster (qualche settimana) ma qualche canzone mi è rimasta nel cuore. Questo disco me lo sono ritrovato in negozio in super offerta e nessuno se l’è cagato. Ogni tanto lo mettevo su ed era evidente che piacesse solo a me. Se volete ascoltare musica ben scritta, molto educata, melodica ma mai banale dategli una possibilità! D’altra parte si parla di uno che ha lavorato con Big Star, Posies (altri sfigati che ricordo solo io) e R.E.M.


 

M.I.A. – Arular (2005). Amo M.I.A. Adoro il personaggio, il messaggio e come si pone. Ho passato intere serate a guardare i suoi videoclip e ad ascoltare i suoi dischi. Arular non è il mio preferito: è il suo esordio e alcune cose dopo 12 anni (sigh) suonano inevitabilmente datate. Però mi fa ridere andare in macchina ascoltando musica che potrebbe piacere ai tamarri del reggeaton e del latino ma che ha suoni e messaggi agli antipodi.



 

John Frusciante – Niandra LaDes And Usually Just A T-Shirt (1994). C’è stato un periodo della mia vita in cui Frusciante era il mio eroe. Arriva in una band, la rende multimilionaria con idee stravaganti e se ne va. Si spacca di eroina, quasi muore, scrive musica con registratori malfunzionanti e dimostra che pur in botta ha più gusto dei Reduci di Peppe. Ritorna nella band si estrae un paio di idee assurde e la rende ancora più multimilionaria. E poi se ne va di nuovo. Tanti anni fa avevo un “progetto” solitario chiamato Filterdoh (ispirato ai Sentridoh via Sebadoh) che chiaramente prendeva esempio dai vari micro eroi autistici da cameretta (Daniel Johnston? Rocky Erickson?) e suonavo roba come quella che c’è in sto disco: arpeggi storti, chitarre scordate, synth improbabili, voci sgraziate. Ma non bastano gli ingredienti: ci vuole il genio. E in questo disco di Frusciante di genialità ne è pieno.

 

A questo punto mi accorgo di non stare ascoltando metal da un po’. Onestamente non ho troppi CD del genere ma sicuramente non mi mancano i dischi degli Entombed. Ci penso un attimo e prendo una delle due copie di Uprising (2000) in CD (ne ho anche una in vinile, eh): vincere facile. Uprising è un disco strano: prima di caricarlo sull’autoradio dico ad un amico “ora ti faccio sentire un po’ di metal”. Parte “Seeing Red” e perentorio “ma va, questo è punk!” In effetti sembra Rise Above dei Black Flag, anche se spesso mi hanno detto che i Black Flag facevano punk per metallari, quindi tutto torna. Poi parte “Say It Slugs” e rieccolo “questo è rock, senti la batteria, il riff di chitarra”. La provammo anche con gli Isaak ma è un brano francamente incoverizzabile. C’è una splendida parte di basso e il riff alla Black Sabbath a metà. Ma al di là dei singoli ingredienti questo è il metal che mi piace. Probabilmente devoto tanto ai Motorhead quanto ai Melvins mi ricorda anche l’attitudine degli High On Fire. O dello sludge.


Ecco perchè dopo Uprising mi estraggo Static Tensions dei Kylesa (2009). Mi fa una strana impressione perchè mi sembra l’altro ieri che l’ho ascoltato per l’ultima volta, e probabilmente è così. In negozio era il tipico disco d’ambiente, quello che faceva sentire a casa i clienti. Loro poi li ho visti dal vivo parecchie volte. Quindi appena parte il CD partono anche le scapocciate e gli head banging forsennati manco fossero i Judas Priest. I Kylesa suonano esattamente quello che all’inizio dell’articolo definivo come “Melvins-core” e lo ripeto autocitandomi “Un po’ lofi, un po’ noise, un po’ suonata bene, un po’ suonata a cazzo, con i chitarroni ma senza gli assoloni, vagamente psichedelica ma non freakettona”. In una sola parola: Sludge!



 

Per una strana associazione i Kylesa mi ricordano gli Smashing Pumpkins ma avendoli già ascoltati parecchio nei mesi precedenti svio sui Nirvana. Ho la deluxe edition di In Utero (uscita nel 2013, mentre l’originale è del 1993) e non l’ho mai ascoltata (mentre l’originale è sicuramente il disco che ho ascoltato più di tutti) così me lo porto dietro. Ammetto di non capire molto le differenze sonore ma così su due piedi penso che preferirò sempre l’originale anche solo per motivi affettivi, questa deluxe ha almeno un paio di pregi e sono tutti nelle bonus track. Intanto gli strumentali. Fanno molto ridere perchè dimostrano come i Nirvana sono fighi solo se suonano tutti all’unisono. Senza voce si perde buona parte del fascino ma i cultori possono godere del songwriting semplice ma sbilenco di Kurt e cantarci sopra. Poi ci sono I Hate Myself And I Want To Die, Sappy e Moist Vagina che avevo solo tramite bootleg. E anche Marigold scritta e cantata da quel piacione di Dave Grohl. Se non conoscete questo disco pentitevi e procuratevi un’edizione qualunque e sparatevela a tutto volume. Al contrario farete come me: salterete di qua e di là fra un brano e l’altro cantando tutto a squarciagola!!! Ah l’originale, registrato da Steve Albini, che nella deluxe ha curato anche i remix, ha per quanto mi riguarda il miglior suono di rullante di sempre.



 

Gli ascolti non sono finiti qua… seguite il tag “playlist”!

 

 

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